Nelle svariate volte in cui mi sono recato in missione umanitaria a Kilis, città turca ad una manciata di chilometri dal confine siriano, ho conosciuto centinaia di bambini ed ho trovato inaspettatamente nei loro occhi la bellezza, spolverata della loro innocenza e del dolore subito. 

 

Non ho potuto più fare a meno di loro dopo averli conosciuti la prima volta ed ho continuato a fotografarli, dolci, allegri, stanchi, mesti, ogni santa volta che tornavo a Kilis. I loro volti sono impressi nelle mie fotografie, ognuno ha qualcosa da dire ma non è sempre facile saper “sentire” le loro parole, saper vedere ciò che essi stessi hanno visto. Ho pensato che a loro dovevo tanto perché tanto mi hanno dato e sono certo continueranno a dare alla mia esistenza che, da quei giorni, non è più la stessa.

 

I bambini di Kilis emanano bellezza, una bellezza disarmante anche se velata di mestizia e di orrore intrinseco che difficilmente si cancella o si può ignorare. Una bellezza che trasuda dai loro visi, dalla loro dolcezza, ed è quello che in questi viaggi ho voluto o forse ho saputo cogliere meglio, perché di orrori ve n’è troppi e mostrarli a volte è come amplificarli o alimentarne di altri. 

 

Questa è solo una parte di un viaggio molto più lungo in quel luogo di rifugio per migliaia di profughi che non cercano l’Europa, ma attendono solo di tornare a casa loro, una casa che con molta probabilità non esisterà neanche più se non nei loro ricordi.

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